Errori Medici – Terza Causa di Morte

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ERRORI MEDICI – TERZA CAUSA DI MORTE

Secondo un’arcinota classificazione Istat sarebbero al primo posto per mortalità le malattie cardiovascolari, poi i tumori. Ma è proprio così?

Nell’elenco dell’Istat non esistono infatti le «morti iatrogene», cioè tutte quelle morti dovute a errori medici o date dagli effetti collaterali dei farmaci. Come mai? Mancanza alquanto anomala visto che si tratta di una delle prime cause di morte al mondo!

Errori medici

Mentre da noi le morti iatrogene sono un mistero, una delle riviste scientifiche più accreditate al mondo, il British Medical Journal, denuncia l’impatto che queste hanno sulla salute pubblica e sulle casse dei sistemi sanitari. Il 3 maggio 2016 con un titolo inequivocabile «Errori medici, terza causa di morte in USA» («Medical error – the third leading cause of death in the US»[1]) il B.M.J. pubblica uno studio che rimarrà nella storia. Lo firmano l’oncologo Martin Makary e il suo allievo Michael Daniel del Dipartimento di chirurgia della Scuola di Medicina della Johns Hopkins University di Baltimora negli Stati Uniti. Secondo i ricercatori gli errori medici uccidono più di 250.000 persone ogni anno su un totale di circa 2,6 milioni di decessi. Quindi negli States il 10% delle morti per malattia sono causate da errori umani o da farmaci. Un problema enorme.

Classificazione internazionale

Il problema però è ancora più serio di quello che si possa pensare. A livello internazionale quando muore una persona in ospedale il medico compila un certificato assegnando un codice I.C.D. (International Classification of Disease).

Ogni malattia ha un corrispondente numero ben preciso. Se per assurdo una causa di morte NON è associata ad un codice I.C.D., cioè non è contemplata dal manuale in teoria non dovrebbe esistere. Il punto cruciale è che «il fattore umano» sfugge a tale conteggio! Quindi tutte le cause di morte non associate a un codice semplicemente NON vengono registrate come “errori”, ma sotto un’altra voce. Per l’O.M.S., l’Organizzazione Mondiale della Sanità, sono 117 i Paesi ad aver adottato la codifica I.C.D. tra cui ovviamente anche l’Italia!

Come allora codificare e misurare l’errore umano?

Stiamo parlando di numeri preoccupanti: negli USA l’impatto è quantificabile intorno ai 210 – 400.000 decessi ospedalieri ogni anno. Hanno cercato di farlo gli autori dello studio del B.M.J. sopracitato analizzando gli studi dal 1999 in poi ed estrapolando il dato in base al numero di ricoveri ospedalieri.

Manuale ICD-9-CM

Nella versione italiana di 1120 pagine della ICD-9-CM (International Classification of Diseases – 9th revision – Clinical Modification) si parla solo di «Avvelenamento da farmaci, medicamenti e prodotti biologici» e i codici vanno da 960 a 979.[2] Nella classificazione ufficiale si contemplano i danni dei medicinali solo nel contesto di un avvelenamento e non in merito agli effetti collaterali che questi inducono. Ecco perché alle voci «errore medico», «effetto collaterale farmaco», «effetto secondario farmaco», ecc. c’è il vuoto cosmico…

Quanto è grande il problema?

Il dato americano sembra catastrofico, ma come vedremo è sottostimato…

In America la fonte che riporta le stime dei decessi annuali causati da errori medici è un report datato 1999 molto limitato e obsoleto dell’Istituto di Medicina (I.O.M.). Questo report parla di una media che va da 44.000 a 98.000 decessi annuali. Un altro rapporto del 2004 riguardante i decessi di pazienti ricoverati associati all’Agenzia per la Qualità nella Sanità e per la Verifica della Sicurezza del Paziente riferita alla popolazione con assistenza sanitaria, ha stimato che 575.000 decessi sono stati causati da errori medici in tre anni, tra il 2000 e il 2002. Il che rappresenta poco meno di 200.000 morti all’anno. Il Ministero della Salute americano esaminando gli archivi dei ricoverati nel 2009 riportò che 180.000 decessi tra coloro aventi assicurazione sanitaria erano dovuti a errori medici.

MORTE DA MEDICINE

Un documento illuminante del 2004 si intitola «Death by Medicine» ed è firmato da un gruppo di ricercatori quali Gary Null, PhD, Carolyn Dean MD, ND, Martin Feldman, MD, Debora Rasio, MD e Dorothy Smith, PhD.

Secondo questo inquietante e fastidioso rapporto, il numero delle persone che finiscono in ospedale ogni anno in America a seguito di reazioni avverse è di oltre 2,2 milioni; circa 20 milioni sono gli antibiotici non necessari prescritti annualmente e 7,5 milioni sono le persone che subiscono procedure mediche e chirurgiche non necessarie. Mentre le persone che vengono ospedalizzate inutilmente sarebbero quasi 9 milioni.

Le loro stime sono allucinanti: 783.936 gli americani che muoiono ogni anno a causa della medicina allopatica, cioè per malasanità. Una ecatombe ogni anno. Se questi dati sono veri, il podio delle morti sarebbe occupato dal caduceo con il serpente attorcigliato…

Di questi oltre 106.000 americani morirebbero SOLO per gli effetti collaterali dei farmaci!

SITUAZIONE   ITALIANA

Secondo il Rapporto sulle «Attività di ricovero ospedaliero» del Ministero della salute italiano nel 2016 vi sono stati 8.692.371 ricoveri ospedalieri, nel 2014 sono stati 9.526.832[3] .

 Negli ultimi trent’anni l’Italia è rimasto uno degli ultimi paesi occidentali nel quale si esala l’ultimo respiro più spesso nella propria abitazione, poi vi è stata una inversione di tendenza nell’ospedalizzazione della morte. Oggi la percentuale media dei decessi in ospedale raggiunge il 42%,[4] con punte del 47% al Centro Nord e del 32% al Sud e isole.[5]

Quindi quasi la metà delle persone muore in ospedale.

Quante sono le persone che da noi muoiono per cause iatrogene?

I medici ammazzano 6 pazienti su 100

In Italia ogni anno tra i ricoverati in ospedale «i medici ammazzano 6 pazienti ogni 100». «Una cifra impressionante, ma che non stupisce, per la quantità di casi di malasanità di cui si viene conoscenza».[6]

E’ uno dei dati più significativi e soprattutto inquietanti emersi dal Simposio Internazionale di salute pubblica organizzato dall’Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri della provincia di Varese nel 2005 dal titolo: «La medicina centrata sulla sicurezza del paziente».[7]

Questo è il motivo per cui l’errore medico è diventato la preoccupazione maggiore dei sistemi sanitari odierni. Se questo 6% è corretto e se lo applicassimo a tutti i ricoveri ospedalieri, tenendo conto che oggi sono oltre 9 milioni all’anno, i morti si aggirerebbero attorno ai 500.000! Ovviamente dai 9 milioni di ricoveri vanno tolti tutti i ricoveri non gravi, e questo è il motivo per cui è difficilissimo stabilire il numero esatto di decessi causati dai medici. Qualche dato ufficiale in più arriva dalla rivista “Rischio Sanità” del 2001: «su 8 milioni di persone che ogni anno vengono ricoverate negli ospedali italiani, ben 320.000 ne escono con danni, menomazioni e malattie che non sono correlate con il motivo che le ha portate al ricovero, ma sono dovute agli errori nelle cure ed ai disservizi ospedalieri. Errori e disservizi che fanno sì che tra questi 320.000 danneggiati ben 50.000 (ossia quasi 10 volte i morti per incidente stradale) muoiono».[8] Quindi gli errori commessi dai medici hanno una mortalità che supera il 15%. Dati questi del 2001, per cui se venissero aggiornati tenendo conto degli attuali 9 milioni di ricoveri, le persone che ogni anno subiscono un danno più o meno grave dall’apparato medico sarebbero circa 360.000, con la conseguente crescita anche delle morti. Quanti dei 50-60.000 morti all’anno per errori medici sono dovuti agli effetti collaterali dei farmaci?

Pharma-killer

«Il motivo principale per cui assumiamo così tanti farmaci è semplice: le aziende farmaceutiche non vendono farmaci, ma bugie sui farmaci» Peter C. Gøtzsche[9]

Compreso che gli I.C.D., (casualmente) non contemplano le morti da farmaco per cui le registrazioni sono totalmente incomplete, si possono estrapolare dati statistici partendo dal presupposto che i vari sistemi sanitari compiano gli stessi errori nei vari paesi occidentali. Se negli Stati Uniti ogni anno muoiono per farmaci/vaccini oltre 100.000 persone, tenuto conto che il rapporto tra la popolazione italiana è circa un quinto di quella americana, da noi ogni anno potrebbero morire a seguito di effetti avversi ai farmaci circa 20.000 persone. La conferma di questa stima arriva da uno studio norvegese, condotto in modo accurato, che ha calcolato nel 9-10% la percentuale delle persone morte in ospedale per ragioni direttamente connesse ai farmaci.[10] Siccome circa un terzo delle morti avviene in ospedale le percentuali portano ad una stima di circa 20.000 morti a causa dei soli farmaci. Quindi su quelle 50.000 morti per cause iatrogene in Italia, quasi la metà, ben 20.000 potrebbero essere dovute alle molecole chimiche. Numeri preoccupanti che nessuno ha il coraggio di denunciare, ma ancora ampiamente in difetto…

Le persone che ogni anno muoiono (a casa o in ospedale) per malattia cardiovascolare sono morte a causa della patologia o dei farmaci? Mix di droghe come antipertensivi, anticoagulanti, statine per il colesterolo, protettori gastrici, inibitori di pompa, antiacidi, ecc… Le persone che ogni anno muoiono (a casa o in ospedale) per tumore sono morte per la patologia o per i protocolli imposti dal Sistema sanitario: chemio e radioterapia? Mentre nel primo caso i dati non ci sono, in ambito oncologico le conferme esistono. La chemioterapia ha effetti molto negativi sul cuore al punto che 1 paziente su 3 muore non di cancro ma a causa delle terapie oncologiche. Lo studio pubblicato sul «Journal of the American College of Cardiology» ha analizzato le cause di decesso in 1807 pazienti sopravvissuti al cancro. A distanza di 7 anni circa il 33% muore per disturbi cardiaci e il 51% per la malattia per la quale era in cura, cioè di tumore. Vista questa altissima mortalità entro un settennio dall’inizio delle cure, sarebbe molto interessante conoscere i dati di sopravvivenza dopo 10 o 20 anni…

Detto questo, sapendo che in Italia sono oltre 170.000 le persone che ufficialmente muoiono “di cancro” ogni anno[11], si potrebbe dedurre che oltre 50.000 persone potrebbero essere uccise ogni anno dalla chemioterapia!

Non finisce qua perché c’è anche lo studio pubblicato firmato da Grame Morgan (professore associato di radiologia al Royal North Shore Hospital di Sidney), Robyn Ward (professore oncologo all’University of New South Wales), Michael Barton (radiologo e membro del Collaboration for Cancer Outcome Research and Evaluation del Liverpool Health Service di Sidney).

Tale ricerca epocale dal titolo: «The contribution of cytotoxic chemotherapy to 5-year survival in adult malignancies» («Il contributo della chemioterapia citotossica alla sopravvivenza a cinque anni dei tumori in adulti») è stata pubblicata su una delle più prestigiose riviste di oncologia del mondo, la «Clinical Oncology», nel dicembre 2004. Il loro meticoloso studio si è basato sulle analisi di tutti gli studi clinici randomizzati (RTC) condotti in Australia e negli Stati Uniti, nel periodo da gennaio 1990 a gennaio 2004. L’analisi ha interessato 225.000 persone malate nei 22 tipi di tumori più diffusi, e «curate» solo con chemioterapia. Quando i dati erano incerti, gli autori hanno deliberatamente stimato in eccesso i benefici della chemioterapia. Nonostante questo, lo studio ha concluso che la chemioterapia non contribuisce più del 2% alla sopravvivenza (Australia 2,3% e Stati Uniti 2,1%). «Molti medici continuano a pensare ottimisticamente che la chemioterapia citotossica possa aumentare significativamente la sopravvivenza dal cancro», scrivono nell’introduzione gli autori. Gli autori hanno messo in evidenza che, per ragioni spiegate nello studio, i risultati raggiunti (circa il 2%) dovrebbero essere visti come il limite massimo di efficacia della chemio! La domanda che sorge spontanea è la seguente: se la chemio contribuisce alla sopravvivenza a 5 anni solo in un miserrimo 2% dei malati tumorali, al rimanente 98% cos’è accaduto? Sono vivi oppure no? A confermare ulteriormente la pericolosità della chemioterapia arriva uno studio recentissimo pubblicato il 31 agosto 2016 sulla prestigiosa rivista «Lancet Oncology» dal titolo: «Studio osservazionale sulla mortalità a trenta giorni dopo il trattamento antitumorale per il cancro al seno e al polmone in Inghilterra». Secondo la ricerca la chemioterapia può nuocere gravemente fino al 50% dei pazienti. Per la prima volta i ricercatori inglesi hanno esaminato il numero di malati deceduti entro trenta giorni dall’inizio della chemioterapia e il risultato conferma il rischio dei protocolli medici oncologici.

L’indagine ha rilevato che in Inghilterra circa l’8,4% dei pazienti con cancro del polmone e il 2,4% di quelli affetti da tumore del seno sono deceduti entro 30 giorni dall’avvio del trattamento, ma in alcuni ospedali si supera addirittura il 50%! Quindi in Italia i morti causati dalla chemio superano sicuramente i morti causati dal cancro!

I FANS

Un esempio per tutti potrà far capire meglio quello che sta accadendo. I FANS sono farmaci antinfiammatori non steroidei molto potenti, pericolosi e utilizzati da milioni di persone. Il più famoso e “banale” è l’aspirina! Banalità a parte, ogni anno diverse migliaia di persone (limitandosi solo agli effetti collaterali più noti) vengono uccise da ulcere gastriche sanguinanti e da crisi cardiache provocate da questi medicinali. Ovviamente all’atto della registrazione la causa di morte sarà «infarto» o «perforazione gastrica» e non certo «effetto collaterale del farmaco»!

Una stima fatta in Inghilterra sui morti per ulcere perforate tra gli utilizzatori di questi farmaci denunciava circa 3.700 morti all’anno. Applicando questa stima alla popolazione americana e italiana si possono attendere da noi circa 4.000 morti, mentre negli States circa 20.000 ogni anno. Solo per un farmaco!

I 10 farmaci più prescritti [12]

I primi dieci principi attivi per spesa convenzionata di classe A-SSN:

1° Pantoprazolo: inibitore pompa protonica (296 milioni di €)

2° Rosuvastatina: ipercolesterolemia (268 milioni di €)

3° Salmeterolo: broncodilatatore (247 milioni di €)

4° Lansoprazolo: inibitore pompa protonica (227milioni di €)

5° Atorvastatina: ipercolesterolemia (202 milioni di €)

6° Omeprazolo: inibitore pompa protonica (193 milioni di €)

7° Amoxicillina: antibiotico (178 milioni di €)

8° Simvastatina: ipercolesterolemia (165 milioni di €)

9° Esomeprazolo: inibitore pompa protonica (162 milioni di €)

10° Enoxaparina sodica: prevenzione coaguli (152 milioni di €)

Tra i primi dieci farmaci più venduti in Italia vi sono addirittura quattro inibitori di pompa protonica e tre statine! Le statine servono per abbassare il colesterolo ematico, mentre gli inibitori vengono usati per svariate situazioni gastriche (iperacidità, gastrite, ulcere, reflussi, ecc.). Questi dati sono illuminanti perché mettono in evidenza la situazione culturale e nutrizionale dell’italiano medio. Il suddito italiota invece di migliorare il proprio stile di vita con movimento, alimentazione, masticazione, ecc. s’imbottisce di droghe i cui effetti collaterali scateneranno altre patologie. Poi queste patologie saranno curate con altri farmaci, e via così fino alla morte prematura. Prendiamo i due farmaci più utilizzati: il Pantoprazolo e la Rosuvastatina e vediamo cosa riportano i foglietti illustrativi.

Pantoprazolo:

Altre patologie gravi (frequenza non nota): ingiallimento della pelle o del bianco degli occhi (grave danno alle cellule epatiche, ittero) o febbre, ingrossamento dei reni talvolta con dolore ad urinare e dolore lombare (grave infiammazione dei reni che può portare anche ad insufficienza renale).[13]

– Alterazione o completa perdita del senso del gusto; dolore alle articolazioni; dolori muscolari; febbre alta; gonfiore delle estremità; reazioni allergiche; depressione…

Non Comune (può interessare fino a 1 persona su 100)

– Aumento degli enzimi epatici.

Raro (può interessare fino a 1 persona su 1.000)

– Aumento della bilirubina; aumento dei livelli di grasso nel sangue; drastica diminuzione dei granulociti circolanti…

Rosuvastatina:

Cardiovascolari: ipertensione, angina pectoris…

Sistema nervoso: polineuropatia, neuropatia periferica…

Endocrini: diabete mellito, anomalie della tiroide.

Epatici: incremento delle transaminasi, ittero…

Gastrointestinali: diarrea, nausea; costipazione, gastroenterite, vomito, gastrite…

Muscoloscheletrici: mialgia, dolore alla schiena; miopatia; artrite, artralgia…

Urogenitali: infezioni delle vie renali; proteinuria, ematuria…

Solo questi due farmaci sono in grado di provocare dolori vari, neuropatie e disturbi seri al fegato.

Tutto questo che impatto potrebbe avere sulla salute dei consumatori abituali?

La persona inizia a prendere una statina e/o inibitore di pompa e poco a poco si troverà ad avere problematiche e disfunzioni epatiche (con entrambi i farmaci), ipertensione (con le statine), ipercolesterolemia (con l’antiacido) e dolori alle articolazioni (con tutti e due). Da un solo farmaco, passerà nell’arco di pochissimo tempo a prendere altre medicine per altre patologie, mettendosi di fatto in un terreno pericolosissimo che può franare in ictus, infarti, aneurismi, ischemie, ecc. Sarà un caso che i primi tre principi attivi di automedicazione a maggiore spesa nel 2015[14] sono antinfiammatori e antidolorifici?

Diclofenac: FANS antinfiammatorio

Ibuprofene: FANS antinfiammatorio

Paracetamolo: analgesico e antipiretico.

Sarà un caso che in Italia diversi milioni di persone soffrono di dolori e/o infiammazioni e per questo stanno ingollando pasticche ogni giorno? Questi dolori/infiammazioni non potrebbero essere causati da farmaci?

La medicina ufficiale, come sempre facendo acqua da tutte le parti, non è in grado di dare risposte concrete, figuriamoci nell’eziopatogenesi di queste problematiche, per cui la causa iatrogena non si può scartare a priori…

Conclusione

La situazione della salute pubblica è allarmante: centinaia di migliaia di persone ogni anno vengono letteralmente e fisicamente stecchite dai farmaci e dagli errori medici ma… nessuno lo dice!

Sentiamo continue idiozie sulla salute dell’uomo, sui progressi della scienza, ecc. da parte di esperti in trasmissioni televisive create ad arte, o da testimonial ben oliati dalle industrie chimiche.

La realtà è che l’uomo (bambini in primis) è sempre più ammalato. Come mai?

La condizione in Italia è pressoché sovrapponibile a quella degli altri paesi industrializzati e moderni. D’altronde non è così strano visto che le più importanti università, pubbliche e private, sono gestite e controllate dalle industrie che sfornano droghe.

I principi attivi di questi farmaci (quindi anche i loro danni) sono i medesimi in tutto il mondo e i camici bianchi si blindano nascondendosi dietro i protocolli ortodossi, decisi da gruppi di studio o panel pagati dalle stesse lobbies.

Per non parlare della ricerca scientifica che a livello globale è finanziata solo dai soliti capitali privati…

Oggi errori medici e farmaci, prodotti di punta dalle industrie plurimiliardarie e autorizzati da enti totalmente “porosi”, uccidono più delle guerre e della malavita organizzata!

Bibliografia

[1] «Medical error-the third leading cause of death in the US», 3 may 2016,

[2] www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2251_ulterioriallegati_ulterioreallegato_2_alleg.pdf

[3] Ministero della salute

[4] Elaborazioni su dati archivio Istat cause di morte

[5] Idem

[6] «Il 6% dei pazienti muore per errore medico», Corriere della Sera, 24 settembre 2005

[7] «I medici ammazzano 6 pazienti ogni 100», La Gazzetta del Mezzogiorno, 24 settembre 2005,

[8] «Malpractice: costi e rimedi non sono solo assicurativi», editoriale “Rischio sanità”, giugno 2001

[9] Peter C. Gøtzsche, medico e chimico ha pubblicato più di 70 articoli scientifici nelle cinque riviste mediche più accreditate al mondo e uno dei responsabili del Cochrane Methodology Review Group

[10] «Drug-related deaths in a department of internal medicine», Ebbesen J, Buajorded I, Erikssen J, Arch Intern Med. 2001; 161:2317-23

[11] “I tumori come causa di morte“, I numeri del cancro, Italia 2016, AIOM Associazione italiana di Oncologia Medica.

[12] Idem

[13] Foglietto illustrativo del Pantoprazolo Zentiva Italia 20 mmg, compresse gastroresistenti» della Sanofi Pasteur.

[14] «L’uso dei farmaci in Italia», Rapporto nazionale anno 2015, AIFA

Fonte: disinformazione.it

 

 

Cassazione

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Altre segnalazioni di Malasanità da parte degli utenti.
Egregi Avvocati,
“Vi scrivo non per richiedere un consulto o cose simili, ma per farvi i miei complimenti, per la notizia segnalata sul problema del toner. Al posto di vedere quella notizia della Sentenza di Cassazione connessa su siti della prevenzione, la si recepisce su siti di avvocati come il Vostro. Dovete sapere che anche io ho ottenuto un riconoscimento di MP connesso, e c’è anche un’altra sentenza positiva, se non erro del Tribunale di Lanciano e, sto inviando numerose mail a giornali, dottori di mia conoscenza in quanto è da anni che segnalo tali problematiche e ci sono diverse malattie connesse con utilizzo di fotocopiatrici. Ovviamente sono a disposizione se volete altre informazioni connesse.”
Saluti con stima Francesco Rollo

Anomalia Bancaria

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Contrasto tra il tasso d’interesse quantificato in cifra numerica e quello determinato dal piano di rimborso di un mutuo: anatomia di una controversia

Il tasso effettivo di un mutuo, determinato dalla somma delle rate costituenti l’obbligazione restitutoria, de-ve essere quantificato secondo il metodo dell’attualizzazione dell’interesse semplice. La presenza delle rate di preammortamento degli interessi determina sempre un incremento del tasso effettivo, sia quando questi sia calcolato mediante l’attualizzazione ad interesse semplice che quando sia computato mediante l’attualizzazione ad interesse composto.

Il contrasto tra due tassi convenzionali e le norme sulla trasparenza

L’oggetto della sentenza in epigrafe (ndr. Tribunale Palermo, sez. V civile, sentenza 30 giugno 2016) è il contrasto tra il tasso d’interesse determinato in cifra numerica e quello che si ricava dal complesso dell’obbligazione di pagamento in un contratto di mutuo agevolato. Avviato il procedimento civile, il giudice disponeva una prima CTU dimostratasi insufficiente. All’esito della CTU integrativa che determinava al 20,01% il tasso effettivo del piano di rimborso del mutuo di cui alla sentenza in epigrafe, maggiore e diverso dal tasso del 13,70% anch’esso convenuto contrattualmente, il Tribunale di Palermo decideva per la nullità parziale del contratto. Secondo la pronuncia palermitana, siffatta pattuizione della misura dei frutti costituisce un difetto di trasparente rappresentazione dell’entità del corrispettivo complessivo dovuto dal mutuatario per le somme ricevute in prestito. In conseguenza di ciò il giudice panormita statuisce che tale divergenza integra la violazione dell’art. 117, comma 4, D.Lgs. n. 385/1993 e di conseguenza applica la sanzione di cui al comma 6 dell’art. 177.

Non risultano precedenti in merito.

Vale la pena di approfondire analiticamente questo “trial”, che si conclude con una sentenza d’interesse generale: con ricadute virtualmente estese non solo a tutti i mutui che recano il preammortamento degli interessi nel piano di rimborso, ma anche a quelli che, essendone sprovvisti, prevedono il pagamento anticipato degli interessi.

La prima CTU ed il contratto di mutuo

Dalle consulenze tecniche disposte dal G.I. nell’ambito del procedimento che ha condotto alle sentenze in epigrafe, emerge che in data 25 agosto 1995 una banca eroga a mutuo la somma di Lit. 575.618.117 ad una azienda agricola che rientra nei parametri stabiliti dal D.L. 6 dicembre 1990, n. 367 “Misure urgenti a favore delle aziende agricole e zootecniche danneggiate dalla eccezionale siccità verificatasi nell’annata agraria 1989-1990” convertito nella L. 30 gennaio 1991, n. 31 (Saccomandi). Si destina tale somma al pagamento di passività pregresse, costituite da capitale ed interessi, che vedono il mutuante come il principale creditore. La norma citata stabilisce che la Regione Sicilia contribuisca a pagare il 75% del totale della quota interessi corrispettivi.

Secondo questo schema, di fatto, ad un unico mutuante si giustappongono due altri contraenti mutuatari: il privato imprenditore agricole e la Regione Sicilia.

Sempre dalla CTU, e sue successive integrazioni, emerge che la misura degli interessi con cui sarà remunerata la banca mutuata è convenuta al tasso del 13,7%. In tal modo, secondo il contratto, la somma mutuata sarà restituita, e gli interessi pagati, al mutuante da sei rate di preammortamento semestrali di Lit. 39.321.814 e sette rate di ammortamento, comprensive di capitale ed interesse, quantificate in Lit. 133.001.595. Dedotto il contributo pubblico, il mutuatario imprenditore agricolo si obbliga a pagare le sei rate di preammortamento degli interessi al tasso del 3,5% oltre alle sette rate di ammortamento, calcolate al medesimo tasso, e quantificate in Lit. 81.320.735.

Ne consegue, fatto notevole, che l’ammontare della sovvenzione in conto interessi a carico dell’erario ammonta a Lit. 529.878.051, quasi pari al capitale mutuato. Si sovvenziona la banca piuttosto che l’azienda agricola in difficoltà.

Al contratto di mutuo non è allegato nessun piano di ammortamento (se si esclude l’indicazione che le prime sei rate pagano solo gli interessi), inteso come ripartizione, per ciascuna rata, della quota destinata al rimborso del capitale e di quella atta a pagare gli interessi. In conseguenza di ciò, al fine di rispondere al quesito postogli dal G.I. il CTU, nella sua prima relazione, deduce che, applicando il “piano di ammortamento francese, metodo di rimborso del debito tra i più diffusi”, il tasso effettivo del piano di rimborso è pari al 13,7% contrattualmente convenuto. Il CTU afferma altresì che, applicando l’ammortamento in capitalizzazione semplice, le sette rate annuali di c.d. ammortamento sono determinate in Lit. 114.167.854 in luogo di Lit. 133.001.595 quantificate nel contratto. In ambedue le ipotesi non si tiene conto dell’incidenza delle sei rate semestrali di c.d. preammortamento degli interessi.

Tuttavia, e subito dopo, riguardo all’ammortamento francese il CTU scrive, come si legge sulla sentenza parziale (non definitiva): “Gli interessi via via maturati vengono integralmente pagati al momento della scadenza di ciascuna rata, senza che gli stessi formino oggetto di capitalizzazione, non producendo quindi alcun effetto anatocistico”.

La CTU integrativa ed il tasso effettivo dell’obbligazione restitutoria

Su sollecitazione di parte attrice il G.I. dispone un supplemento di indagine ordinando al CTU di rispondere, tra gli altri, al quesito seguente: “Dica il CTU quale è il Tasso Effettivo calcolato secondo il regime della progressione aritmetica che rende uguali l’importo dato a mutuo con la somma delle rate quantificate dal piano di rimborso del contratto di mutuo di cui è causa”.

Tale disposizione è coerente con l’univoca giurisprudenza della Corte di cassazione la quale ha più volte stabilito che il “debito derivante dal mutuo fondiario, in cui l’incontestata circostanza della sua rateizzazione in più versamenti periodici di un determinato importo, non poteva che fare considerare, indipendentemente dalla durata del rapporto negoziale, queste prestazioni come l’adempimento parziale dell’unica obbligazione” Cass. n. 1110/1994 (che richiama Cass. n. 2214/1968; Cass. n. 1546/1965). Tale statuizione è ribadita da Cass. n. 17798/2011: “il pagamento di ratei di mutui configura un’obbligazione unica”. Di conseguenza anche gli interessi di c.d. preammortamento entrano nella determinazione del tasso d’interesse che scaturisce dal montante delle rate -obbligazione unica- così come esse sono quantificate dal contratto di mutuo.

In tema di determinazione del tasso effettivo di un prestito si è recentemente espressa la Corte di giustizia dell’Unione europea. La sentenza nella causa C-42/15 (ECLI:EU:C:2016:842), del 9 novembre 2016 ha statuito che ai fini della determinazione del tasso effettivo non è necessario che il contratto contenga una “tabella di ammortamento” (punto 54) essendo determinante indicare “soltanto l’importo, il numero e la periodicità dei pagamenti” (punto 52).

È necessario precisare che il tasso effettivo applicato ad un mutuo è determinato dall’obbligazione di pagamento o piano di rimborso e non dal piano di ammortamento. Questi ha, infatti, la funzione di distinguere quanta parte di capitale rimborsa e quanta parte di interessi paga ciascuna, singola rata. In assenza della quantificazione delle rate che rimborsano il capitale prestato e pagano i frutti non può esservi nessun piano di ammortamento. Quest’ultimo può dirci se si è applicata la legge dell’interesse semplice o composto. Il tasso effettivo di un mutuo dipende dal metodo con il quale si è quantificata l’entità delle rate costituenti l’obbligazione di pagamento o piano di rimborso.

Il nuovo quesito posto al CTU è in linea con l’art. 820 c.c. (il capitale è l’obbligazione principale distinta da quella accessoria degli interessi); l’art. 821 c.c. (gli interessi si producono giorno per giorno secondo la progressione aritmetica), l’art. 1283 c.c. (divieto di anatocismo) e l’art. 1284 c.c. (il tasso d’interesse è il rapporto tra questi ed il capitale). Ciò che in matematica corrisponde alle caratteristiche del regime dell’interesse semplice, detto anche legge proporzionale o lineare per la quale gli interessi si producono secondo la progressione aritmetica (1, 2, 3, 4…) e sul piano cartesiano si rappresenta con una retta. Per la legge degli interessi semplici l’operazione finanziaria non è scindibile[1]: è unica ed indivisibile, ciò che è in perfetta coerenza con quanto statuisce la Cassazione in merito, come attestano gli arresti sopra citati. Secondo la legge dell’interesse semplice i frutti non si sommano mai al capitale per generare altri interessi; e si capitalizzano e si pagano -scadono- solo al termine del periodo di finanziamento.

Al contrario, il regime degli interessi composti, o legge esponenziale secondo la quale gli interessi di producono secondo la progressione geometrica (2, 4, 8, 16…) sul piano cartesiano si rappresenta con una curva con la concavità rivolta verso l’alto. Esso è scindibile e gli interessi si capitalizzano periodicamente confondendosi col capitale, per produrre altri interessi.

La presenza in un piano di rimborso delle rate di c.d. preammortamento degli interessi stabilisce che detto piano è informato alla legge dell’interesse composto. Esse costituiscono il pagamento anticipato degli interessi sulla intera somma prestata, per un periodo più o meno lungo, senza che alcuna parte del capitale mutuato sia rimborsata. Il preammortamento degli interessi costituisce sempre un aggravio dei costi. Perché si possa concepire un tal sistema di pagamento si deve presupporre la scindibilità dell’operazione e la capitalizzazione anticipata degli interessi. Ciò che è coerente con le regole dell’interesse composto ma è contrario a quanto richiede la legge dell’interesse semplice che presuppone l’inscindibilità ed il pagamento degli interessi solo alla fine del periodo di finanziamento. È, questa, una nozione antica in quanto gli interessi “Sono di merito semplice quando gl’interessi non si esigono che nel pagamento finale, e le somme che ricevonsi a conto si mettono tutte ad estinzione del capitale”[2].

Tornando al quesito, esso è l’enunciazione della formula dell’operazione di attualizzazione ad interesse semplice (Present Value) che ci dice quanto vale ora un debito (o un investimento) futuro. Con il mezzo di essa è possibile conoscere il tasso effettivo (che esprime tutti i costi) di un prestito. Al contrario della formula dell’attualizzazione ad interesse composto che, producendo la composizione degli interessi, non è in grado di quantificare il costo dell’anatocismo.

Divergenza tra i tassi convenuti e nullità parziale del contratto

All’esito della consulenza tecnica integrativa l’ausiliare del giudice, usando la formula dell’attualizzazione ad interesse semplice, quantifica al 20,01% il tasso effettivo determinato dal montante delle rate costituente il piano di rimborso del contratto di mutuo oggetto di causa. La misura degli interessi dell’obbligazione di pagamento è maggiore e diversa dal tasso d’interesse espresso in cifra numerica che le parti hanno convenuto, il quale è stato determinato nella misura del 13,70%.

La sentenza non definitiva attribuisce la causa di questo incremento di tasso determinato dal piano di rimborso alla presenza degli interessi di preammortamento: “il lungo periodo di preammortamento, (…) durante il quale il capitale non forma oggetto di restituzione sì che sulla sua interezza vengono calcolati gli interessi – al saggio convenuto -, determina una sensibile lievitazione del costo finale dell’operazione economica”. Il che, anche se non è tutta la verità, è indubbiamente vero. Il preammortamento degli interessi, sia che si determini il tasso mediante l’operazione di attualizzazione ad interesse semplice che ad interesse composto, causa sempre un aggravio dei costi con conseguente incremento del tasso. Come si è scritto dianzi, il regime dell’interesse semplice prevede il pagamento degli interessi al termine del periodo di un finanziamento. Per contro, dal pagamento anticipato dei frutti si deduce che il piano di rimborso è informato alla legge dell’interesse composto. L’aggravio dei costi determinato dal pagamento anticipato degli interessi (tali sono le rate preammortamento) determina un incremento del tasso effettivo di una operazione finanziaria. Se si è in possesso di una cambiale (o una fattura, o altro titolo) ad una anno di euro 100 e la si presenta in banca per lo sconto questa, applicando il tasso di sconto del 10%, verserà in contanti al possessore euro 90 mentre riceverà alla fine dell’anno euro 100. In realtà, scrive il Mazzoni in coerenza con quanto afferma il Soave, gli euro 100 che la Banca ha prestato per un anno, fruttando euro 10 danno alla banca l’interesse dell’11,111%. “È questa una operazione che può considerarsi ad interessi anticipati”[3].Anche l’ammortamento alla francese può considerarsi una operazione ad interessi anticipati poiché i frutti sono calcolati sull’intero capitale residuo e non sulle quote di capitale che via via sono pagate.Poniamo di ricevere a mutuo euro 100 e di restituirli mediante quattro rate semestrali (il periodo di finanziamento è di 24 mesi) di euro 25 oltre agli interessi corrispettivi che matureranno al tasso del 10%. Imputando i pagamenti, come sostiene il Soave, ad estinguere il capitale, ed applicando il regime dell’interesse semplice per il quale gli interessi sono esigibili solo alla fine del periodo di finanziamento occorre calcolare i frutti che maturano giorno per giorno. Sino al pagamento della prima rata gli interessi saranno del 10% annuo calcolati su euro 25 e sono quantificati in euro 1,25; dopo 12 mesi saranno calcolati sempre su euro 25 al 10% e saranno pari a euro 2,50; così dopo 18 mesi saranno di euro 3,75 ed infine saranno di euro 5, per un totale complessivo di euro 12,50. L’importo della I rata è euro 26,25; della II è euro 27,50; della III è di euro 28,75; della IV di euro 30,00. Applicando il criterio dell’attualizzazione ad interesse semplice stabilito dal quesito integrativo di cui sopra, il TEG è pari al 10%.Al contrario, nella dinamica del pagamento degli interessi anticipati, propria sia dell’ammortamento italiano che francese, gli interessi sullo stesso prestito saranno quantificati sul capitale residuo. In tal modo avremo che sino alla scadenza della prima rata i frutti saranno del 10% calcolati su euro 100 e sono quantificati in euro 5; dopo 12 mesi sono calcolati su euro 75 ed ammontano ad euro 3,75; dopo 18 mesi sono calcolati su euro 50 ed ammontano ad euro 2,50; dopo 24 mesi sono calcolati su euro 25 e si quantificano in euro 1,25 per un totale di euro 25. L’importo della I rata è di euro 30; della II di euro 28,75; della III di euro 27,25, della IV di euro 26,25. Sebbene l’ammontare degli interessi sia il medesimo, in questa seconda ipotesi il tasso effettivo, calcolato secondo il metodo dell’attualizzazione ad interesse semplice, è del 10,50% in luogo del 10% con una maggiorazione pari al 5% della misura dei frutti che è fatta in “ragione di anno” (art. 1284 c.c.). Tale incremento del tasso è dovuto al fatto che i frutti sono pagati anticipatamente e non alla fine del rapporto. Che il pagamento anticipato degli interessi (di preammortamento o di ammortamento) determini un incremento del tasso effettivo di un’operazione finanziaria si evince anche da un altro esempio. Se si è in possesso di una cambiale (o una fattura, o altro titolo) di euro 100 con scadenza ad un anno e la si presenta in banca per lo sconto, questa, applicando il tasso di sconto del 10%, verserà in contanti al possessore euro 90, mentre riceverà alla fine dell’anno euro 100. In realtà, come scriveva il Mazzoni, i 100 euro che la banca ha prestato per un anno, fruttando euro 10, danno alla banca l’interesse dell’11,111%. “È questa una operazione che può considerarsi ad interessi anticipati”[4].Si può concludere, ed è questa in sostanza la portata della sentenza in epigrafe, che è possibile che il creditore chieda di pagare anticipatamente gli interessi (ex art. 1194 c.c.) ma tali pagamenti devono essere scontati in proporzione da quelli successivi affinché si abbia una costanza della misura degli interessi.L’art. 1194 c.c. è norma dispositiva e non imperativa e ex art. 1346 c.c. non si può, con il mezzo di essa, violare i precetti imperativi contenuti negli art. 1283, 1284 c.c. e 117 T.U.B. Questo, in sintesi, sembra sostenere il giudice di Palermo.

(cit. articolo di Gianni Colangelo, tratto da Danno e responsabilità (n. 1/2017), Ipsoa.

[1] M. Caliri, Matematica Finanziaria, Torino, 2001, 62 e 63 Bortot et al., Matematica Finanziaria, Milano, 1998, 85; F. Cacciafesta, Matematica finanziaria, Torino, 2013, 57.

[2] F. Soave, Elementi d’aritmetica, II, Milano, 1790; ed. 1822,123.

[3] P. Mazzoni, Compendio di Matematica Finanziaria e Attuariale, Firenze, 1953, 16.

[4] P. Mazzoni, Compendio di Matematica Finanziaria e Attuariale, Firenze, 1953, 16.

Toner Killer

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Danno da stampante: l’uso eccessivo causa leucemia

Toner-killer usato dalle stampanti, fotocopiatrici e fax che contengono lo stirene.

Un’esposizione eccessiva alla stampante può causare la leucemia. Ma non solo. Anche l’utilizzo della carta del fax e di alcune fotocopiatrici. Possibile? Sì, e solo ora si inizia a sapere. Questo perché tali apparecchi utilizzano, come inchiostro, il toner e dentro il tuner si nascondono delle polveri nocive, una delle quali è lo stirene che causerebbe appunto il cancro. La questione, per quanto sorprendente, è anche allarmante perché si tratta di apparecchi comuni, utilizzati da tutti noi, negli uffici, nelle scuole, negli studi e in alcuni negozi dove proprio c’è “l’addetto alle fotocopie”. Insomma, se è vero che viviamo in un mondo circondato di pericoli, è vero che non finiamo mai di conoscerli. Ad accorgersene per primi, ovviamente, sono stati i centri di ricerca internazionali ma ora la questione rischia di diventare un caso nazionale: questo perché, proprio qualche ora fa, è stata pubblicata una sentenza della Cassazione [1] con cui è stato riconosciuto il risarcimento del danno ai familiari di un lavoratore deceduto proprio a causa del toner e, quindi, dello stirene contenuto nella fotocopiatrice al cui impiego era preposto. Ma procediamo con ordine e scopriamo di più del cosiddetto danno da stampante e perché l’uso eccessivo causa la leucemia. Si tratterebbe di una normale – benché tragica – causa di servizio quella che ha visto gli eredi di un dipendente chiedere, al relativo datore di lavoro, un risarcimento di 200mila euro a testa se la causa del decesso non fosse niente poco di meno che una banale fotocopiatrice. Non una fotocopiatrice particolare, che magari ha subito un corto circuito o che non era stata messa a norma, ma una fotocopiatrice come tante le altre sul mercato, ma con una piccola e terrificante caratteristica: il toner contiene lo stirene. La questione legata alla pericolosità del toner è un problema che ci accompagna da sempre e per molti “addetti ai lavori” è un fatto tutt’altro che ignoto. Ma si tratta della solita élite di studiosi. Oggi, invece, la sentenza della Cassazione pone questa tematica in condivisione con il vasto pubblico, ed è bene darle altrettanta diffusione.

Il toner è una polvere fine e sottile, che contiene particelle di carbone, ossidi di ferro e resina. Oltre a queste, gli studi hanno rilevato l’emissione, da parte delle apparecchiature di stampa, di altre componenti più dannose e persino cancerogene: il benzene, la formaldeide, lo stirene e l’ossido di titanio.

L’eccessivo contatto con le polveri sottili dei toner per stampanti, fax e fotocopiatrici può portare il cancro

In dosi basse, lo stirene causa irritazioni transitorie delle mucose congiuntivali e nasali, cefalea, sonnolenza. Nei casi peggiori porta la leucemia. Il contatto con tali sostanze può avvenire tramite inalazione, semplicemente stando vicino alla macchina fotocopiatrice o alla stampante, ma anche per contatto con queste polveri, nel momento cioè in cui si toccano le stampe. Ma anche a macchina spenta sembrerebbe che i rischi non siano del tutto esclusi visto che queste micropolveri navigano nell’aria. Ma a chi spetta risarcire gli eredi per il toner killer della focopiatrice o la stampante? A sorpresa non è la ditta produttrice dell’hardware, né quella che ha confezionato lo stesso inchiostro. Spetta invece al datore risarcire gli eredi del dipendente morto di leucemia mieloide cronica a causa della fotocopiatrice. E ciò perché spetta all’azienda tutelare le condizioni di salute dei propri dipendenti. Condizioni che deve conoscere attraverso un apposito piano di sicurezza redatto da personale esperto, che non può ignorare – da oggi in poi ancor di più – che i toner sono cancerogeni. Il dipendente per anni addetto al funzionamento e alla manutenzione della macchina ha contratto la malattia con l’esposizione alle sostanze chimiche pericolose contenute nel toner, ad esempio lo styrene. Ed è per questo che i suoi familiari saranno risarciti. E se ciò non bastasse, per il datore di lavoro può scattare anche la condanna penale per omicidio colposo.

(estratto da cit. La legge per tutti)

Incidente Capriolo

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Capriolo attraversa l’autostrada: chi è responsabile dell’eventuale collisione con i veicoli in marcia?

La società di gestione dell’autostrada è titolare del potere di custodia sull’autovia e risponde dell’eventuale danno derivante dalla collisione con un animale selvatico che attraversi la sede stradale.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11785 del 12 maggio 2017, ha fornito alcune interessanti precisazioni circa gli elementi costitutivi della “responsabilità da cosa in custodia, di cui all’art. 2051 c.c. Il caso sottoposto all’esame della Cassazione ha avuto come protagonista un automobilista, che aveva agito in giudizio nei confronti della società che gestiva un’autostrada, al fine di ottenere la condanna della stessa al risarcimento dei danni subiti a seguito di un sinistro verificatosi nell’autostrada medesima. Nello specifico, l’automobilista in questione, mentre percorreva a velocità regolare, era andato a colliderecon un capriolo che, provenendo dalla carreggiata opposta, aveva saltato il divisorio centrale ed aveva improvvisamente attraversato quella sulla quale egli viaggiava, proprio nel momento del suo passaggio”.

La Corte d’appello, in riforma della sentenza di primo grado, aveva, tuttavia, escluso la responsabilità della società di gestione, attribuendo rilevanza decisiva alla circostanza, accertata dalla Polizia Stradale, per cui “la rete di recinzione esterna della sede autostradale, nel tratto interessato dal sinistro, era risultata integra”. Secondo la Corte d’appello, in sostanza, tale circostanza non consentiva di ritenere responsabile la società, ai sensi dell’art. 2051 c.c. (responsabilità da cosa in custodia), “in quanto l’ignoranza in ordine alle modalità, al tempo e al luogo di ingresso dell’animale nella sede autostradale non consentiva di affermare la sussistenza del nesso di causalità tra la cosa in custodia della convenuta-appellante e il sinistro che aveva causato i danni lamentati dall’attore-appellato”.

A detta della Corte d’appello, inoltre, la società di gestione non poteva essere ritenuta responsabile nemmeno ai sensi dell’art. 2043 c.c. (responsabilità extracontrattuale), non potendosi addebitare alla stessa nessuna negligenza, dal momento che l’ingresso in autostrada dell’animale aveva rappresentato una circostanza imprevedibile e non prevenibile. Ritenendo la decisione ingiusta, l’automobilista danneggiato aveva ritenuto di rivolgersi alla Corte di Cassazione, nella speranza di ottenere l’annullamento della sentenza sfavorevole. La Corte di Cassazione riteneva, in effetti, di dover aderire alle considerazioni svolte dall’automobilista, accogliendo il relativo ricorso, in quanto fondato. Evidenziava la Cassazione, infatti, che “la responsabilità per i danni cagionati dalle cose in custodia, prevista dall’art. 2051 c.c., ha natura oggettiva e trova fondamento nell’esigenza che chi trae profitto dalla cosa assuma anche il rischio per i danni che la cosa medesima possa arrecare a terzi”.

Come precisato dalla Cassazione, dunque, la responsabilità di cui all’art. 2051 c.c. presuppone solamente la dimostrazione – oltre che del rapporto di custodia – di un nesso di causalità tra l’evento dannoso e la cosa. Al custode, pertanto, la responsabilità viene imputata “a prescindere da ogni accertamento di colpa” e per il solo fatto di essere titolare di unpotere di governodella cosa, “inteso come potere di controllarla, di eliminare le situazioni di pericolo che siano insorte e di escludere i terzi dal contatto con essa”. Con particolare riguardo alle autostrade, la Cassazione precisava, inoltre, che deve ravvisarsi l’esistenza di un rapporto di custodia tra l’autostrada stessa e la società che la gestisce, “la quale è chiamata a svolgere un’adeguata attività di vigilanza in funzione della prevenzione e della eliminazione delle eventuali cause di pericolo per gli utenti”.

Ebbene, nel caso di specie, la Cassazione rilevava come la Corte d’appello avesse erroneamente ritenuto che il fatto che la rete di recinzione autostradale fosse integra escludesse la sussistenza del nesso di causalità tra l’autostrada e l’evento dannoso. Secondo la Cassazione, infatti, tale circostanza non costituiva affatto un “caso fortuito” e “confermava piuttosto che il danno non era stato determinato da un fattore esterno imprevedibile ed inevitabile idoneo a vincere la presunzione di responsabilità del custode, ma era stato piuttosto la conseguenza dell’inefficace esercizio, da parte sua, dei poteri di sorveglianza della cosa”. Alla luce di tali considerazioni, la Corte di Cassazione accoglieva il ricorso proposto dall’automobilista danneggiato, annullando la sentenza impugnata e rinviando la causa alla Corte d’appello, affinchè la medesima decidesse nuovamente sulla questione, sulla base dei principi sopra enunciati.

(cit. Brocardi)

 

Calo Aborti

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Aborti scesi sotto quota 85 mila, merito anche della contraccezione d’emergenza.

Prosegue il trend in diminuzione degli aborti, anche se con entità minore rispetto al boom del calo delle IVG registrate negli anni precedenti. Nel 2016 il numero di IVG è stato pari a 84.926, segnando un meno 3.1% rispetto all’anno precedente quando ne erano state registrate 87.639. In numeri, ben 2.713 aborti in meno. Le IVG calano soprattutto nelle Regioni dell’Italia centrale (-4,8% rispetto al 2015), seguite dalle quelle del Sud (-4,4%) e dalle Isole (-4%). Nelle Regioni del settentrione invece, nel 2016, il numero degli aborti diminuisce solo dell’1,4% rispetto all’anno precedente.
 
Continua l’effetto “pillola dei 5 giorni dopo” anche nel 2016, l’andamento di questi ultimi anni, potrebbe essere almeno in parte collegato alla determina Aifa che ha cancellato l’obbligo di ricetta di ellaOne per le donne maggiorenni. Un effetto positivo anche sugli aborti clandestini che secondo stime recenti sarebbero in calo anche grazie alla possibilità di acquisto della contraccezione di emergenza senza prescrizione.

Sostanzialmente stabile, ma comunque alta l’obiezione di coscienza tra gli operatori, che anzi aumenta dello 0,4% tra i ginecologi (70,9% nel 2016; 70,5% nel 2015) e dell’1,3% tra gli anestesisti (48,8% nel 2016 rispetto al 47,5% nel 2015).
Rimane il fatto che le IVG vengono effettuate nel 60.4% delle strutture disponibili, con una copertura adeguata, tranne che in Campania, Regione che vede comunque diminuire il numero degli aborti e nella P.A. Bolzano, dove invece sono in aumento. Ma il ministero, anche quest’anno, conferma: “Non emergono criticità nei servizi”.
 
Questi i numeri più significativi contenuti nella Relazione trasmessa al Parlamento dal Ministero della Salute, il 27 dicembre scorso, e pubblicata oggi sul portale del Ministero, con i dati definitivi del 2016 sull’attuazione della L.194/78 che stabilisce norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria della gravidanza (IVG).
 
Relazione che, in vista del compimento dei 40 anni dalla approvazione della legge 194, il prossimo 22 maggio, su iniziativa del ministro della Salute Beatrice Lorenzin, si presenta corredata con un focus realizzato dall’Istat su questo lungo periodo di applicazione della legge. Una chiave di lettura che contestualizzando la raccolta dati contenuta nelle relazioni annuali al Parlamento con i cambiamenti più significativi avvenuti nel Paese, considera le caratteristiche delle generazioni di donne che si sono succedute, seguendone il percorso di vita riproduttiva, che va dai 15 ai 49 anni.
 
Ecco i principali dati della nuova Relazione sulla 194.
Come abbiamo visto il numero degli aborti cala del 3,1% rispetto al 2015, anno in cui le percentuali di diminuzione rispetto all’anno precedente avevano raggiunto un -9,3% Quindi, per il terzo anno di seguito il numero totale delle IVG  stato inferiore a 100mila e più che dimezzato rispetto ai 234 ̇801 del 1982, anno in cui si riscontrato il valore più alto in Italia. Diminuzioni percentuali particolarmente elevate si osservano in Campania (-8,7%), Lazio (6,1%), PA di Trento (-5,8%) e Valle d’Aosta (-5,4%) soprattutto nella seconda parte dell’anno. In controtendenza la PA di Bolzano (+8.9%) e il Molise (+11.8%).
 
Prosegue l’effetto ‘pillola dei 5 giorni dopo’. E anche nel 2016, la relazione sottolinea come l’andamento di questi ultimi anni, come già rilevato lo scorso anno, potrebbe essere almeno in parte collegato alla determina Aifa del 21 aprile 2015 (Gu. n.105 dell’8 maggio 2015) che elimina, per le maggiorenni, l’obbligo di prescrizione medica dell’Ulipristal acetato (ellaOne), contraccettivo d’emergenza meglio noto come “pillola dei 5 giorni dopo”.
I dati Aifa delle vendite dell’Ulipristal acetato (ellaOne), continuano a mostrare, infatti, un incremento significativo nel 2015 rispetto agli anni precedenti (7.796 confezioni nel 2012, 11.915 nel 2013, 16.797 nel 2014 e 145.101 nel 2015), con un aumento anche nel 2016, ma più contenuto (189.589 confezioni).
 
Tutti gli indicatori confermano il trend in diminuzione:il tasso di abortività (numero di IVG per mille donne tra 15 e 49 anni), che rappresenta l’indicatore più accurato per una corretta valutazione della tendenza del ricorso all’IVG, è stato 6.5 per mille nel 2016, con una riduzione dell’1.7% rispetto al 2015, quando era 6.6 per mille, e si conferma fra i valori più bassi a livello internazionale. Era 16.9 nel 1983.
 
Il rapporto di abortività (numero delle IVG per 1000 nati vivi) nel 2016è risultato pari a 182.4 per mille, con un decremento dell’1.4% rispetto al 2015, quando era 185,1 e del 51.5% rispetto al 1983 (quando era 381,7).
 
Donne straniere: Ivg stabili, ma in diminuzione negli ultimi 3 anni il ricorso alle IVG. Un terzo delle IVG totali in Italia continua ad essere a carico delle donne straniere, ma dopo un aumento importante nel tempo, gli aborti tra le straniere si sono stabilizzati e negli ultimi tre anni cominciano a mostrare una tendenza alla diminuzione: sono il 30% di tutte le IVG nel 2016, rispetto al 31.1% nel 2015. Per tutte le classi di età le straniere, comunque, hanno tassi di abortività in diminuzione, ma che restano ancora più elevati delle italiane di 2-3 volte, permanendo una popolazione a maggior rischio di abortire rispetto alle italiane.
 
In generale continuano a diminuire i tempi di attesa, pur persistendo una non trascurabile variabilità fra le Regioni. La mobilità fra le regioni e province è in linea con quella di altri servizi del Ssn: il 91.4% delle IVG nel 2016 viene effettuato nella regione di residenza, di cui l’86.5% nella provincia di residenza.
 
Riguardo l’esercizio dell’obiezione di coscienza e l’accesso ai servizi IVG, si conferma quanto osservato nelle precedenti relazioni al Parlamento: su base regionale e, per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore, anche su base locale, considerando le singole strutture, non emergono criticità nei servizi di IVG. In particolare, emerge che le IVG vengono effettuate nel 60.4% delle strutture disponibili, con una copertura adeguata, tranne che in Campania e nella P.A. Bolzano. Il numero degli obiettori di coscienza nei consultori, pur nella non sempre soddisfacente copertura dei dati, è sensibilmente inferiore rispetto a quello registrato nelle strutture ospedaliere.
 
Rapporto tra IVG, Punti nascita e nascite. Il numero dei punti IVG è pari all’ 82% del numero di punti nascita, mentre il numero di IVG è pari a circa il 18% del numero delle nascite. Confrontando poi punti nascita e punti IVG non in valore assoluto, ma rispetto alla popolazione femminile in età fertile, a livello nazionale, ogni 10 strutture in cui si fa una IVG, ce ne sono poco meno di 12 in cui si partorisce. 
 
Carico di lavoro non obiettori. Valutando le IVG settimanali a carico di ciascun ginecologo non obiettore, considerando 44 settimane lavorative in un anno, a livello nazionale nel 2016 ogni ginecologo non obiettore ne effettua 1,6 a settimana. Anche nelle Regioni in cui si rileva una variabilità maggiore, cioè in cui si rilevano ambiti locali con valori di carico di lavoro che si discostano molto dalla media regionale, si tratta comunque di un carico di IVG per ciascun ginecologo non obiettore che non dovrebbe impegnare tutta la sua attività lavorativa. In particolare, per il 2015, delle 336 strutture IVG per le quali le regioni hanno fornito i dati, sono solo 3 quelle che presentano valori di carico di lavoro di molto superiori alla media regionale, mentre per il 2016 le strutture IVG che hanno riportato il dato sono 356 e sono 5 quelle con carichi di lavoro superiore alla media regionale.
 
Non obiettori assegnati in altri servizi. Continuano poi ad essere rilevati i ginecologi non obiettori non assegnati ai servizi IVG dalle amministrazioni locali: l’8% nel 2015, pari a 98 ginecologi, e il 6.6% nel 2016, pari a 69 ginecologi.
 
Stime in diminuzione anche per gli aborti clandestini, in calo anche grazie alla contraccezione di emergenza. Per quanto riguarda l’abortività clandestina l’Iss ha effettuato una stima degli aborti clandestini per il 2012. Il numero di aborti clandestini per le donne italiane è stimato tra i 12mila e 15mila e tra i 3mila i 5mila tra le donne straniere (stima quest’ultima effettuata per la prima volta). Stime che indicano una stabilizzazione del fenomeno negli ultimi anni, almeno per quanto riguarda le italiane (15mila erano gli aborti clandestini stimati per le italiane nel 2005), e una notevole diminuzione rispetto agli anni 80-90 (nell’1983, 72mila nel 1990 e 43 ̇500 nel 1995).
Nel 2016 l’Istat, in collaborazione con l’Iss, ha messo a punto un nuovo modello di stima con informazioni più aggiornate e più recenti su vari aspetti, ad esempio struttura della popolazione in età fertile, tendenze della fecondità, contraccezione. È stata considerata la contraccezione d’emergenza alla luce della determina dell’Aifa che ha reso possibile l’acquisto senza ricetta medica per le donne maggiorenni. Questo aspetto ha fatto sì che le nuove stime effettuate presentino valori instabili, seppur compresi in un intervallo abbastanza ristretto che va dai 10mila ai 13mila casi.
 
Ricorso alla RU486.  Per quanto riguarda l’interruzione della gravidanza attraverso l’utilizzo dell’approccio farmacologico con Mifepristone (RU486) e prostaglandine (anche definito aborto medico in alternativa all’aborto chirurgico) si evidenzia dal 2009 al 2016 un incremento continuo del loro uso e l’utilizzo ormai in tutte le Regioni. L’interruzione di gravidanza con RU486 rappresenta il 15,7% del totale delle IVG. Ci sono però variazionida Regione e Regione, sia sul fronte del numero di interventi che per il numero di strutture. Valori percentuali più elevati si osservano nell’Italia settentrionale, in particolare in Liguria (41.7% di tutte le IVG nel 2016), Piemonte (35.8%), Emilia Romagna (28.3%) e Toscana (23.7%). Queste percentuali aumentano se si considerano solo le IVG effettuate entro 7 settimane di gestazione, con circa un intervento su 2 fatto con tale metodica (53.1%). L’85.9% delle IVG effettuate con Mifepristone+prostaglandine sono avvenute entro i 49 giorni di gestazione, come indicato in Italia (Supplemento ordinario della GU del 9/12/2009).

Aborto fra le minorenni. Tra le minorenni, il tasso di abortività per il 2016 risultato essere pari a 3.1 per mille, valoreidentico a quello del 2015, ma in diminuzione rispetto agli anni precedenti (3.7 nel 2014, 4.4 nel 2012), con livelli più elevati nell’Italia centrale; i 2 ̇596 interventi effettuati da minorenni sono pari al 3.0% di tutte le IVG (erano il 2.9% nel 2015). Come negli anni precedenti, si conferma il minore ricorso all’aborto tra le giovani in Italia rispetto a quanto registrato negli altri Paesi dell’Europa Occidentale. (E.M)

(cit. Quotidiano Sanità)

Cinture Scuolabus

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Cinture obbligatorie sugli Scuolabus

Per scongiurare tragedie e incidenti migliaia di mamme chiedono la presenza obbligatoria e l’utilizzo delle cinture di sicurezza anche sugli scuolabus:


Ogni bambino che viaggia in auto deve obbligatoriamente utilizzare cinture di sicurezza e sistemi di ritenuta: purtroppo questa regolamentazione non è applicata agli scuolabus, visto che spesso ne sono privi e i nostri figli viaggiano senza nessun tipo di protezione.

Lo Stato Italiano dovrebbe rendere obbligatoria la presenza e l’utilizzo di cinture di sicurezza anche sugli scuolabus per scongiurare tragedie o incidenti con esisti drammatici. E’ in atto una petizione si change org: potrebbe bastare la tua firma per tutelare tutti i nostri bimbi!

Azioni Legali Apple

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Apple ammette di rallentare i vecchi iPhone: partono le azioni legali

La società ha ammesso la pratica di impostare una differente prestazione energetica sui modelli con batteria usurata per preservare le componenti elettroniche. Ma gli utenti accusano: una mossa per spingere a comprare nuovi telefoni

Apple cautamente ammette di rallentare le prestazioni degli iPhone più vecchi a causa delle batterie usurate da tempo per evitare spegnimenti improvvisi. E le conseguenze non tardano a venire. Negli Stati Uniti sono state avviate tre «class action» — azioni legali collettive, condotte quindi da più soggetti che chiedono una soluzione su una stessa problematica — da cittadini furibondi che accusano Cupertino di aver avuto un comportamento fraudolento nei loro confronti. Le lamentele contro Cupertino partono da Illinois, Indiana, North Carolina, Ohio e California. Raggruppate in tre corti federali.

Le class action

In uno dei documenti, quello depositato alla corte federale dell’Illinois, si fa riferimento al fatto che ai consumatori che si rivolgevano agli Apple Store per chiedere chiarimenti sui loro melafonini sempre più lenti, veniva risposto semplicemente di comprarne uno nuovo. E non di sostituire la batteria. Nonostante la società sapesse che questo avrebbe risolto il problema. Mentre in un altro, a Los Angeles, si denuncia una violazione del «contratto implicito» e una «interferenza» nella proprietà privata — ovvero gli smartphone già comprati dagli utenti. La terza, infine, nella California del Nord, si scaglia contro l’ammissione di Apple che ha «deliberatamente fatto una dichiarazione fuorviante che intendeva nascondere la natura e lo scopo di quel difetto». Nessuna risposta, per ora, da Cupertino.

L’ammissione di Apple

L’ammissione di Apple arriva dopo un dibattito nato su Reddit, e ripreso dal Guardian, che ha sollevato il dubbio che i nuovi aggiornamenti del sistema operativo iOS rallentino intenzionalmente gli iPhone più datati. Un dibattito nato dalle tante segnalazioni degli utenti e che hanno trovato risposta in analisi di esperti. Come John Pool, fondatore del sito Geekbench, che ha spostato l’attenzione sulla batteria. Spiegando che Apple non riduce intenzionalmente le prestazioni, ma imposta una differente gestione energetica. Un sistema per evitare che questi melafonini, con batteria logorata, si spengano improvvisamente, a causa di picchi di energia richiesti dalla Cpu. Cupertino ha di fatto spiegato che l’intuizione è corretta. In un commento della società si legge: «Il nostro obiettivo è offrire la migliore esperienza per i clienti, fra cui prestazioni complessive e il prolungamento della vita dei loro dispositivi. La capacità delle batterie al litio di fornire correnti di picco diminuisce quando fa freddo, quando la batteria è quasi scarica, o con l’età del componente. Il risultato è che il telefono può spegnersi all’improvviso per proteggere la componentistica. L’anno scorso abbiamo rilasciato una funzionalità per iPhone 6, iPhone 6s e iPhone SE per ridurre i picchi istantanei ai casi strettamente necessari per prevenire il problema dello spegnimento. Ora abbiamo esteso questa funzione a iPhone 7 con iOS 11.2 e prevediamo di aggiungere il supporto per altri prodotti in futuro».

In Italia il Codacons ha annunciato un esposto alla Procura della Repubblica di Roma e all’Antitrust, e minaccia una class action nel caso in cui siano accertate condotte illecite. «Abbiamo deciso di rivolgerci alla magistratura e all’Antitrust affinché siano verificate anche in Italia eventuali pratiche commerciali scorrette da parte della Apple – spiega il Codacons – Se realmente i vecchi Iphone sono stati deliberatamente rallentati per modificare le scelte economiche degli utenti e spingerli ad acquistare il nuovo modello della Apple, ci troveremmo di fronte ad un palese illecito che potrebbe addirittura configurare il reato di truffa, con un danno evidente per i consumatori. Per tale motivo chiediamo alla Procura e all’Antitrust di accertare se il fenomeno dei telefonini rallentati riguardi anche gli iPhone venduti in Italia e, in caso di accertate irregolarità, il Codacons promuoverà nel nostro paese una class action contro la Apple», conclude l’associazione.

(cit. Corriere della Sera, Corriere Tv)

 

 

Morsi di Animali

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Purtroppo capita. Anche senza arrivare, per fortuna, a eventi tragici come quello avvenuto il 16 agosto a Mascalucia (CT), dove un bambino di 18 mesi è morto dopo essere stato attaccato dai due cani di famiglia, è abbastanza frequente che un bambino venga morso da un cane, riportando ferite a volte lievi, a volte più gravi. Ecco come intervenire in questi casi secondo le indicazioni di Antonino Reale, responsabile del Dipartimento di pediatria dell’emergenza dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.  Se la ferita è lieve, molto superficiale, e riguarda mani, gambe o braccia, non c’è bisogno di allarmarsi” rassicura Antonino Reale. “La prima cosa da fare è sciacquare abbondantemente con acqua corrente, per rimuovere i residui di saliva e terra, lavando poi con acqua e sapone”. Spesso non occorre neppure applicare una garza o un cerotto.

Crolli e Infiltrazioni

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La legge prevede che il danno causato da una cosa venga risarcito dal custode della stessa salvo che questo provi la sussistenza di un caso fortuito. Per caso fortuito si intende un evento talmente eccezionale ed imprevedibile da interrompere il rapporto di causa-effetto tra la dinamicità della cosa e il danno. Questioni particolari si pongono riguardo all’applicabilità di questi principi quando il danno deriva da un bene di proprietà di un Ente territoriale (come ad esempio una strada) oppure in caso di utilizzo di un’autostrada o in caso di una cosa concessa in affitto o locazione. La legge, ed in particolare l’art. 2051 del codice civile, stabilisce che il danno causato da una cosa deve essere risarcito dal soggetto che la ha in custodia. Si pensi all’ipotesi di rottura di un tubo che porta acqua condotta e che causa l’allagamento dell’alloggio posto al piano inferiore, oppure al caso di caduta di neve da un cornicione oppure, ancora, alla caduta di una tegola da un tetto di cui non è stata curata adeguatamente la manutenzione. In tutti questi casi il soggetto che ha in custodia la cosa dalla quale è derivato il danno (negli esempi: il tubo, il cornicione e il tetto) dovrà risarcire il danno causato a terzi. Questa responsabilità viene però meno se il fatto si è verificato per una situazione imprevedibile tanto da poter essere considerata quello che tecnicamente si definisce un caso fortuito. Vista la complessità dei singoli concetti occorre, quindi, affrontare separatamente le questioni che pone l’art. 2051 del codice civile.